Per un secolo e mezzo, nel sud-ovest della Sardegna, migliaia di persone hanno camminato ogni giorno per andare a scavare sottoterra. Le strade che usavano — sentieri, mulattiere, strade bianche aperte nella roccia dalle società minerarie tra l’Ottocento e il Novecento — sono rimaste dove erano anche quando le miniere hanno chiuso. Il Cammino Minerario di Santa Barbara le ha rimesse in fila, e ne ha fatto un anello di cinquecento chilometri.
È per questo che non somiglia a nessun altro cammino italiano. Non attraversa un paesaggio: attraversa un lavoro, e quello che resta di un mondo finito. Si passa accanto a pozzi murati, laverie che il vento sta smontando pezzo per pezzo, binari che finiscono contro una parete. In mezzo, il mare compare all’improvviso da sopra le falesie.
Questa guida risponde alle domande che ci si fa prima di partire: quanto dura, quanto costa, quando conviene andare, e soprattutto se bisogna per forza farlo tutto. La risposta breve a quest’ultima è no — e la maggior parte delle persone infatti non lo fa.
Quanto dura, e si può farne solo un pezzo
L’anello completo è diviso in trenta tappe di sedici chilometri in media. Farlo tutto significa camminare per circa un mese.
Poche persone hanno un mese. La buona notizia è che il Cammino è costruito per essere spezzato: le tappe hanno lunghezze diverse anche perché alcune sono volutamente brevi, per lasciare tempo di visitare i siti minerari lungo la strada. Chi non è interessato a quelle soste può accorparle; chi ha tre giorni ne prende tre.
Il tratto che quasi tutti scelgono, quando i giorni sono pochi, è quello di apertura: da Iglesias a Buggerru, lungo la costa. Sono 52,4 chilometri in tre giornate, ed è anche la parte più spettacolare dell’anello, quella dove il sentiero corre sopra le falesie a picco sul mare.
Un anello: non c’è un inizio
Il Cammino è un anello chiuso, e questo cambia il modo di organizzarlo più di quanto sembri: non esiste un punto di partenza obbligato, e chiunque può entrare nel percorso dalla tappa che gli è più comoda.
La numerazione ufficiale comincia da Iglesias — la città che è stata la capitale mineraria dell’isola fin dal Medioevo — e si chiude alla trentesima tappa, che arriva da Bacu Abis. Chi segue quell’ordine parte dal centro storico e sale al santuario della Madonna del Buon Cammino, il che dà alla prima giornata un tono da pellegrinaggio più che da escursione. Ma è una convenzione utile a orientarsi, non una regola.
La differenza è concreta: chi atterra a Cagliari e ha tre giorni non deve per forza raggiungere Iglesias per cominciare, e chi vuole percorrere il tratto costiero può farlo anche nel verso opposto, scendendo da Buggerru.
Il vantaggio vero di un anello, per chi lo percorre tutto, è che si finisce dove si è cominciato: l’auto resta dove l’hai lasciata e non serve organizzare un rientro dall’altro capo della Sardegna.

Quando andare, e quando lasciar perdere
Su questo la Fondazione che gestisce il Cammino è netta: nel suo documento sulla sicurezza scrive che luglio e agosto non sono mesi indicati, perché le temperature arrivano a 35-40 gradi. Sulle tappe rurali e su quelle esposte della costa non è un dettaglio.
Restano primavera, autunno e inverno, che in questa parte della Sardegna sono miti. La conseguenza è curiosa e conviene dirla: il Cammino funziona meglio proprio nei mesi in cui il Sulcis si svuota. Chi lo percorre a novembre o a marzo trova sentieri liberi, posti letto disponibili senza prenotare con anticipo, e paesi che tornano a essere quello che sono il resto dell’anno.
Le prime tre tappe, quelle sul mare
Sono la parte di Cammino che più spesso si percorre da sola, e vale la pena guardarle una per una perché sono molto diverse tra loro.

La prima, da Iglesias a Nebida, è la più lunga delle tre: venti chilometri abbondanti con seicentosessanta metri di salita, sette ore di cammino. Si lascia la città a piedi, si sale al santuario del Buon Cammino e da lì si prosegue su sterrata verso nord, tra le recinzioni che chiudono i vecchi scavi. Lungo la strada si incontrano le cappelle dedicate a Santa Barbara, che dei minatori è la protettrice — e che in Sardegna si venera dall’epoca bizantina.
La seconda, da Nebida a Masua, è la più breve e probabilmente la più bella: dodici chilometri e mezzo, quattro ore e mezza. Dopo qualche saliscendi impegnativo il sentiero si affaccia sul mare e non lo lascia più, fino alle falesie calcaree di Masua. Si passa dalla laveria Lamarmora, l’impianto dove il minerale veniva lavato prima dell’imbarco, e da Porto Flavia, la galleria che i minatori scavarono dentro la falesia per caricare le navi direttamente dal costone.
Un avvertimento pratico che nessuno dà: a Masua non ci sono alimentari. C’è un ristorante, aperto nella stagione. Chi arriva fuori stagione senza scorte non trova nulla.
La terza, da Masua a Buggerru, la Fondazione la classifica come impegnativa, e lo è: diciannove chilometri con settecentoventi metri di dislivello in salita e oltre ottocento in discesa, sette ore. Si cammina tra i fossili di Canal Grande, la vecchia ferrovia mineraria che scendeva all’imbarco e il grande scavo di Planu Sartu. Serve portarsi almeno tre litri d’acqua a testa, e il telefono per lunghi tratti non prende: le mappe vanno scaricate prima di partire.
Si arriva a Cala Domestica, che è il modo migliore per finire una giornata così: una gola stretta tra due pareti di roccia, con il mare che entra fino in fondo. Il chiosco sulla spiaggia resta aperto tutti i giorni fino al 3 novembre, poi solo nei fine settimana. Da lì parte anche il sentiero breve per la torre spagnola che sorveglia la cala dal Cinquecento.
| Tappa | Distanza | Dislivello | Durata | Difficoltà |
|---|---|---|---|---|
| 01 Iglesias → Nebida | 20,4 km | +660 / −704 m | 7 ore | Media |
| 02 Nebida → Masua | 12,6 km | +460 / −498 m | 4 ore e mezza | Media |
| 03 Masua → Buggerru | 19,4 km | +721 / −816 m | 7 ore | Impegnativa |
Dati dalle schede tappa pubblicate dalla Fondazione Cammino Minerario di Santa Barbara, consultate ad agosto 2026. La prima e la terza tappa hanno anche una variante, entrambe di difficoltà media. Attenzione: a giugno 2026 la Fondazione ha comunicato una modifica alla fine della seconda tappa e all’inizio della terza; chilometri e dislivelli qui riportati sono quelli pubblicati oggi sulle schede ufficiali, ma prima di partire conviene scaricare le tracce GPS aggiornate.
Dove si dorme, e quanto si spende
Camminare non costa nulla: i sentieri sono pubblici e non esiste un biglietto d’ingresso. Le spese sono due, il posto letto e la credenziale.
Lungo il percorso la Fondazione gestisce direttamente una rete di ostelli, le Posadas, che costano 25 euro a persona e comprendono colazione, lenzuola e asciugamani. Sono aperte tutto l’anno ma solo su prenotazione, da fare con almeno tre giorni di anticipo: non ci si presenta e basta. Sul tratto costiero ce ne sono due, a Nebida e a Buggerru. Accanto a queste ci sono strutture convenzionate a 28 euro, e naturalmente gli alberghi e le case vacanza dei paesi attraversati.
Nelle Posadas si dorme in camerata, con bagni in comune. Chi preferisce una sistemazione propria può ribaltare l’impostazione e usare un solo alloggio come base: sul tratto costiero le case vacanza di Iglesias permettono di percorrere le prime tappe rientrando ogni sera nello stesso posto, senza spostare i bagagli tutti i giorni.
Prezzi indicati dalla Fondazione e verificati ad agosto 2026. La pagina non riporta una data di aggiornamento: prima di partire conviene ricontrollarli, soprattutto a cavallo di una stagione nuova.
La credenziale: quando serve e quando no
È il punto su cui in rete si legge tutto e il contrario di tutto, e invece la regola è semplice.
Per camminare la credenziale non serve. I sentieri sono aperti, nessuno la chiede. Serve per dormire nelle Posadas, dove è obbligatoria. Costa cinque euro, si richiede dal sito della Fondazione o di persona a Iglesias in via Cattaneo 70, e dà diritto a tariffe ridotte lungo il percorso e all’assistenza telefonica.
Funziona anche come libretto da far timbrare tappa dopo tappa: chi arriva a cento chilometri può chiedere il Testimonium, chi chiude tutti i cinquecento riceve una placchetta di ceramica.
Prima di partire, controlla che il percorso sia quello
È la cosa che le guide non dicono, ed è quella che può rovinare una giornata: il tracciato del Cammino cambia. Non spesso, ma abbastanza da rendere inutile una guida stampata qualche anno fa.
La Fondazione pubblica gli avvisi sul proprio sito, e vale la pena leggerli prima di mettersi in cammino. Qualche esempio di quello che ci si trova: a giugno 2026 sono state modificate la fine della seconda tappa e l’inizio della terza, per allinearle alla guida ufficiale; sempre a giugno è stata segnalata la presenza di un gregge con cani da guardiania sulla diciottesima tappa, con un percorso alternativo indicato; e nell’inverno 2026 alcune tappe centrali sono rimaste temporaneamente impraticabili perché le piogge avevano reso i guadi non attraversabili in sicurezza.
Nessuno di questi è un problema, se lo si sa prima. Diventa un problema se ci si arriva davanti.
Gli avvisi sul sito della Fondazione, che segnalano variazioni e chiusure temporanee. Le tracce GPS aggiornate, da scaricare insieme all’app del Cammino: se il percorso è cambiato, la traccia lo sa prima di qualsiasi guida. E il meteo dei giorni precedenti, perché su questo itinerario le piogge non fanno solo bagnare: rendono impraticabili i guadi.
Cosa serve sapere prima di partire
L’acqua è la cosa a cui fare più attenzione. Su diverse tappe non ci sono fontane né bar tra la partenza e l’arrivo: la scorta si calcola prima. Un litro e mezzo o due di norma, tre sulla tappa verso Buggerru.
Per il resto la lista della Fondazione è quella di ogni trekking — scarpe da montagna, cappello, mantella per la pioggia, kit di pronto soccorso, tracce GPS scaricate sul telefono — con un’aggiunta che spiazza chi non conosce il territorio: conviene vestirsi con colori accesi, perché molte zone attraversate sono aperte alla caccia e farsi vedere conta.
La Fondazione tiene due numeri attivi, uno negli orari d’ufficio e uno per le emergenze, e pubblica una scheda di sicurezza per ciascuna delle trenta tappe. Vale la pena leggere quella del tratto che si vuole percorrere: segnala i passaggi esposti, gli attraversamenti stradali e i punti dove il sentiero costeggia vecchi scavi aperti.
E in bicicletta
Dello stesso anello esiste una versione ciclabile: 550 chilometri in nove tappe, quindi giornate molto più lunghe di quelle a piedi. Il tracciato non coincide sempre con quello pedonale, perché diversi tratti su sentiero non sono percorribili in bici.
Domande frequenti
Quanti giorni servono per il Cammino di Santa Barbara?
Per l’anello completo circa trenta giorni, uno per tappa. Il Cammino è però pensato per essere percorso anche a tratti: le prime tre tappe, da Iglesias a Buggerru lungo la costa, sono 52,4 chilometri e si camminano in tre giorni.
Quanto costa fare il Cammino di Santa Barbara?
Non c’è un biglietto d’ingresso: si spende per dormire e per la credenziale. Le Posadas gestite dalla Fondazione costano 25 euro a persona con colazione, lenzuola e asciugamani; le strutture convenzionate 28 euro; la credenziale 5 euro. Prezzi verificati ad agosto 2026.
Dove inizia il Cammino di Santa Barbara?
Non ha un inizio: è un anello chiuso e si può entrare da qualsiasi tappa. La numerazione ufficiale, che serve a orientarsi, comincia da Iglesias e si chiude alla trentesima tappa arrivando da Bacu Abis.
Quali sono le tappe più belle del Cammino?
Le prime tre, che corrono sulla costa dell’Iglesiente tra Nebida, Masua e Buggerru: falesie a picco sul mare, la laveria Lamarmora, Porto Flavia e l’arrivo a Cala Domestica. Sono anche le più scelte da chi ha pochi giorni.
Quando conviene percorrere il Cammino?
In primavera, autunno o inverno. La Fondazione indica luglio e agosto come mesi non adatti, perché le temperature possono raggiungere i 35-40 gradi.
La credenziale è obbligatoria?
No per camminare, sì per dormire nelle Posadas della Fondazione. Costa 5 euro e dà diritto a tariffe ridotte lungo il percorso e all’assistenza telefonica.
Che cos’è il Cammino Minerario di Santa Barbara?
Un anello di 500 chilometri nel Sulcis-Iglesiente-Guspinese che ripercorre le strade dei minatori: sentieri e strade bianche aperti tra l’Ottocento e il Novecento dalle società minerarie per collegare i villaggi ai porti d’imbarco. È dedicato a Santa Barbara, protettrice dei minatori, venerata in Sardegna dall’epoca bizantina.